Per comprendere la poetica di un fotografo non ci si può limitare a osservarne le opere. L’affermazione può forse apparire paradossale ma solo a chi pensa che un’immagine sia fine a se stessa, autoreferenziale oppure frutto di un puro esercizio più o meno tecnico. Quando, invece, ci si trova di fronte a un percorso espressivo fortemente strutturato come quello di Giorgio Di Maio è inevitabile rifarsi per un verso alla formazione di architetto che ne indirizza lo sguardo e per l’altro alla passione per la riflessione filosofica che dà corpo e sostegno alla sua ricerca. I due aspetti si fondono nell’elaborazione di una visione caratterizzata da una rigorosa ricerca della composizione che non è solo risposta alle leggi scientifiche che danno senso compiuto alla interpretazione della realtà, ma anche esemplificazione dei concetti di armonia, equilibrio, indagine che gli sono care. L’essenzialità che caratterizza le fotografie di Giorgio Di Maio è il punto di arrivo di una lunga riflessione sul significato degli oggetti, sulla loro collocazione nello spazio/tempo, sul loro apparire non come muri che si ergono a nascondere la visione ma come materia degna di essere indagata. Se, infatti, forte è la spinta alla ricerca non di una ma delle tante e coesistenti verità in cui ci imbattiamo, allora anche osservare l’alterno movimento delle scale, l’inseguirsi di fili in misteriosi collegamenti, l’accostarsi di particolari voluto dal caso può portare alla scoperta dell’astrazione come natura nascosta delle tante sfaccettature della realtà. Giorgio Di Maio sceglie sempre dei cromatismi dalle sfumature delicate che possiamo definire mediterranee anche per l’allusione a quell’area dove è nato secoli fa il grande pensiero occidentale, quello a cui ancora adesso possiamo attingere per chiederci con le parole, con la musica, con le immagini – chi davvero siamo.
TESTI CRITICI / ROBERTO MUTTI
Fotografie per sapere chi siamo
Roberto Mutti · maggio 2020