Giorgio Di MaioFOTOGRAFIA

UN CAMMINO DELLO SGUARDO

L’Armonia
nascosta.

Il testo integrale e le fotografie della ricerca.

Le tappe del racconto +
Ombre di rami su una parete chiara attraversata da una campitura rossa
Brescia — 14/12/2019 14:04:20

APERTURA

Che cosa resta dell’umano?

Viviamo in un tempo che sembra non concedere tregua. Le ferite inferte alla terra, le guerre e il rapido mutare della tecnica attraversano le nostre giornate, mentre cambia il nostro modo di vivere, di vedere e di entrare in relazione.

Intorno a noi cresce il rumore e le immagini si moltiplicano. Eppure, sotto questa agitazione, continuo ad avvertire la presenza di qualcosa che non si lascia travolgere: una possibilità di equilibrio inscritta nella realtà e, forse, anche nella nostra coscienza.

Non è scomparsa. Siamo noi, piuttosto, ad averne smarrito l’ascolto.

L’ORIGINE

È cominciata camminando.

La mia ricerca fotografica è nata da un’intuizione, molto prima che io sapessi darle un nome. Non è cominciata da una teoria, né dal desiderio di dimostrare un’idea. È cominciata camminando.

Nelle strade delle città, lungo il mare, tra i muri, le case, i campi e le architetture costruite dall’uomo, mi accadeva a volte di sentire che le cose, pur restando quelle di sempre, si sottraevano per un istante alla loro consuetudine.

Il mondo non diventava diverso: si lasciava vedere diversamente.

L’ATTESA

Il reale custodisce legami.

Ho imparato così che il reale custodisce legami che non si offrono a uno sguardo impaziente. Per riconoscerli occorre rallentare, rinunciare per un poco alla volontà di trovare, lasciare che siano le cose a venirci incontro.

Occorrono tempo, umiltà e una disponibilità quasi infantile alla sorpresa. In questa attesa vi è anche una forma di gioco: la libertà di seguire un richiamo inatteso, di cambiare direzione, di lasciarmi sorprendere da una parete, da un’ombra, da un lembo di cielo.

L’ARMONIA

Differenze, tensioni e relazione.

L’armonia che cerco non coincide con ciò che è semplicemente gradevole o privo di tensione. Nasce quando elementi differenti entrano in relazione senza perdere la propria identità. Una linea non vale da sola, né un colore possiede un significato isolato: ciascuno riceve la propria voce dalla presenza degli altri. Anche le opposizioni, le distanze, gli urti e i vuoti possono appartenere all’insieme.

L’unità non chiede alle differenze di tacere; le accoglie e dà loro un luogo. Per questo la pace, così come la intendo, non è immobilità né assenza di conflitto. È la capacità di mantenere viva la relazione con ciò che non coincide con noi.

Quando una simile relazione si offre allo sguardo, la fotografia può accoglierla. Attraverso il punto di vista e l’inquadratura, frammenti appartenenti a oggetti diversi e a piani lontani vengono ricondotti all’unità del fotogramma. Le cose rimangono ciò che sono, eppure il loro nome e la loro funzione non ne esauriscono più la realtà.

IL LINGUAGGIO

L’astratto-reale.

Linee, forme e colori costituiscono l’alfabeto della fotografia; proporzioni, ritmi, tensioni, pieni e vuoti ne formano la sintassi; la luce è ciò che rende leggibile questa silenziosa scrittura.

Chiamo questo passaggio astratto-reale. Non è una fuga dal mondo sensibile e non è la costruzione arbitraria di un ordine estraneo alle cose. È un’astrazione riconosciuta nel reale, realmente esistita davanti all’obiettivo. Nel passaggio dalla profondità dello spazio al piano dell’immagine, dall’oggetto alla struttura, la fotografia non è più soltanto rappresentazione: diventa un modo di conoscere attraverso le forme e le relazioni, prima ancora che attraverso i concetti.

Può accadere, infatti, che una relazione incontrata nel mondo trovi una corrispondenza nell’interiorità di chi guarda e risvegli qualcosa che già gli appartiene, sebbene fosse rimasto senza nome. È ciò che riconosco nel principio di Equivalenza. Il senso dell’immagine non nasce da un simbolo applicato in seguito, ma dalla sua stessa struttura figurativa. L’armonia percepita nel mondo può così diventare l’equivalente visivo di una possibilità interiore di pace.

L’ETICA

Fedeltà al reale.

Ciò che è stato intuito deve poi essere verificato, scelto, ordinato e condotto alla sua forma definitiva. La disponibilità dell’incontro e la disciplina dell’opera sono i due movimenti di un medesimo respiro.

Da questa esigenza discende anche l’etica del mio lavoro. Se l’immagine vuole testimoniare una relazione incontrata nel reale, deve conservarne la verità. Mantengo perciò integralmente l’inquadratura originaria del file RAW; non ricorro a fotomontaggi né a interventi che modifichino la struttura della composizione. Anche il formato orizzontale è una scelta costante, il campo nel quale il mio sguardo ha imparato a cercare misura, respiro e relazione. Sono semplicemente i vincoli che ho riconosciuto come miei: la fedeltà all’istante in cui il mondo e lo sguardo si sono incontrati.

Per la stessa ragione, i titoli indicano soltanto il luogo e il momento dello scatto. Ogni fotografia deve poter rimanere aperta, come una soglia. Chi la osserva non è chiamato a decifrare il mio pensiero, ma a entrare in relazione con ciò che vede e, attraverso ciò che vede, forse con una parte ancora silenziosa di sé.

LA RADICE

Limite, spiritualità e amore.

Vi è poi una radice più intima, senza la quale questa ricerca non sarebbe la stessa. La mia prospettiva cristiana non mi conduce verso immagini devozionali né verso un’affermazione dottrinale. Mi invita, più semplicemente e più duramente, a riconoscere il limite, a sospendere il giudizio, ad accogliere il mondo senza pretendere di dominarlo. Mi ricorda che la fraternità non nasce dal sentirsi migliori, ma dal sapersi partecipi della stessa fragilità e della stessa aspirazione a un’unità più grande.

Lo spirituale, allora, non va cercato in una regione separata dalla vita. Può manifestarsi nelle cose più semplici e nelle relazioni che lo sguardo riconosce nel reale. Ogni cosa può rimandare oltre se stessa, purché lo sguardo non pretenda di definire o possedere il Mistero.

E forse proprio in questa capacità delle cose di entrare in relazione si lascia riconoscere l’amore: una forza che ci precede e ci attraversa, alla quale possiamo affidarci, perché chiama le differenze all’unità senza annullarle. Attraverso la fotografia, come attraverso altri linguaggi umani, possiamo forse coglierne una traccia, sentirla risuonare dentro di noi per riconoscerci parte della stessa relazione.

IL CAMMINO

Un invito a guardare.

Non so se l’ordine che talvolta credo di riconoscere appartenga alle cose, alla coscienza che le contempla o al loro misterioso incontrarsi. So soltanto che, quando si manifesta, porta con sé una quiete vigile, non una risposta. Per un istante il mondo non appare più come una somma di frammenti estranei, e anch’io non mi sento più soltanto di fronte ad esso. Sono dentro la relazione che osservo.

L’Armonia nascosta testimonia una possibilità: che il reale custodisca un ordine capace ancora di essere riconosciuto e che l’uomo, attraverso l’esperienza dello sguardo, possa tornare a entrare in relazione con esso. Se queste immagini e queste parole lasceranno qualcosa, vorrei che non fosse una teoria da accettare né un metodo da imitare, ma un invito a guardare.

L’armonia non è una perfezione raggiunta. È un cammino. Le differenze vi restano vive, e l’unità non le cancella: riconosce in ciascuna una parte necessaria del tutto. Ciò che forse può rimanere è l’esperienza che avranno suscitato: il momento in cui qualcuno, dopo averle osservate, tornerà al reale con maggiore disponibilità, stupore e fiducia; e nell’altro non vedrà più soltanto un limite alla propria esistenza, ma una presenza necessaria alla medesima unità.

CONTINUA IL CAMMINO

Altre forme dello sguardo.

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